Bambini in famiglie omogenitoriali: cosa si pretende di sapere e cosa si sa

di Giorgio Tamburlini *

Il confronto tra chi sostiene che i bambini possano crescere in modo ottimale in famiglie omogenitoriali e chi ritiene che questo comprometta il loro sviluppo si sta svolgendo su un piano pregiudiziale, ideologico, che non tiene conto delle informazioni di cui disponiamo al riguardo.  Da una parte si affermano i diritti civili, dall’altra quelli naturali.

Una impostazione che parta da qui non può che portare ad una contrapposizione sterile.

Se è vero che non si possono anteporre i diritti dei genitori a quelli dei bambini, è essenziale che il benessere di questi ultimi sia valutato in base ai fatti e non a assunzioni di principio su ciò che è naturale e ciò che non lo è.

Cosa ci dicono dunque gli studi, ormai molto numerosi, effettuati sui  bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali?

Una rassegna pubblicata nel 2010 su 33 studi ha dimostrato che il benessere psicosociale dei bambini cresciuti da uno o entrambi genitori omosessuali è uguale e in alcuni casi superiore a quello dei bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. In particolare, i figli di madri o di coppie lesbiche mostravano esiti  migliori quanto a sicurezza dell’attaccamento ai genitori, percezione dei genitori come disponibili, frequenza con cui in famiglia si discuteva di temi legati alle emozioni e all’andamento scolastico.

Il National Longitudinal Lesbian Family Study, condotto su bambini nati da inseminazione e cresciuti da coppie lesbiche che avevano accettato osservazioni indipendenti dello stato di salute fino ai 17 anni, ha mostrato che l’adattamento psicologico, le relazioni tra pari, le relazioni familiari e i progressi scolastici di questi bambini e adolescenti erano del tutto paragonabili a quelli dei bambini cresciuti in famiglie eterosessuali.

Questi dati, e i risultati di molte altre ricerche sui fattori che influenzano lo sviluppo dei bambini sottolineano che ciò che fa la differenza è la qualità del parenting (genitorialità), l’accordo tra i genitori, la sicurezza economica, i servizi disponibili (di salute e socio educativi ) e il contesto sociale e culturale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, va rilevato che l’unico fattore negativo nell’esperienza descritta dagli adolescenti cresciuti da coppie omogenitoriali era la frequenza con cui erano stati vittime di atteggiamenti discriminanti di tipo omofobico.

Per quanto riguarda i bambini adottati da famiglie omogenitoriali, non sono state osservate differenze significative riguardo lo sviluppo cognitivo e la comparsa di problemi comportamentali rispetto a bambini adottati da coppie eterosessuali,, anche quando l’adozione era tardiva e da situazioni di abuso e trascuratezza, noti fattori di rischio per l’esito delle adozioni. E questo sia che la coppia fosse costituita da padri gay o da madri lesbiche.

In sintesi, ciò che ci dice la scienza è che la qualità della genitorialità non dipende dalla omo- o eterogenitorialità ma da un lungo processo, che inizia  nell’infanzia di ciascuno di noi, sviluppandosi poi nella capacità di provvedere al bambino dandogli non solo sicurezza e protezione ma affetto, comprensione, opportunità di crescita cognitiva, e guida nelle sue diverse tappe evolutive. L’unico problema per questi bambini è costituito dal pregiudizio e allo stigma sociale, e sono quindi questi che vanno superati e combattuti, non dimenticando che questi bambini, hanno, come tutti, bisogno  di veder riconosciuta la propria realtà familiare anche nelle rappresentazioni pubbliche, nelle storie che si leggono, nelle immagini e nel linguaggio.

Questo significa basarsi sui fatti per affermare, come indica la Convenzione sui Diritti dell’ Infanzia, il “superiore interesse del bambino”.

Superiore, quindi, anche alle nostre legittime convinzioni etiche o religiose, che a volte sono pre-giudizi basati sulla non conoscenza dei fatti. Chi scrive ha, ad esempio, mutato la propria opinione in merito proprio grazie ai dati che man mano emergevano dalla letteratura scientifica.

Questa che propongo, in ogni caso, non è una opinione personale: in questo senso si sono pronunciate ormai molte associazioni scientifiche e professionali, tra le quali l’American Psychiatric Association, l’American Academy of Pediatrics, l’American Psychological Association, la British Psychological Society, l’American Psychoanalytic Association e l’Associazione Italiana di Psicologia.

* Giorgio Tamburlini, pediatra, Centro per la Salute del Bambino – onlus

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