Agricoltura (e mondo) sociale. Intervista a Dario Parisini, Presidente di “Interland”

Parisini

Dario Parisini, presidente di Interland

Chi siete, che fate e perché lo fate?

Interland – Consorzio per l’integrazione e il lavoro – è una cooperativa sociale di Trieste i cui soci sono non persone fisiche ma una serie di cooperative sociali, 14 in tutto (solo due sono fuori provincia). Essendo una cooperativa sociale, abbiamo come finalità quella di perseguire l’interesse generale alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini. È un po’ la struttura che supporta lo sviluppo di queste cooperative su alcune attività (per esempio dando un aiuto amministrativo-contabile, oppure partecipando a nome e per conto delle nostre associate).

In qualche modo agevolate…

Sì. Cerchiamo di creare un pool di cooperative che sia un po’ più forte nel presentarsi, e un filone importante d’interventi è quello legato alla progettazione. Il consorzio cerca di fare da apripista: la tematica dell’agricoltura sociale è una delle piste progettuali sulle quali noi, da un annetto e mezzo, stiamo lavorando.

Quindi, se non ancora adulti, siete comunque già avviati.

Sì, siamo avviati ma chiaramente ancora all’inizio del percorso. Il senso nostro è cercare di individuare ambiti d’intervento nuovi, innovativi dove sperimentare un modo di essere impresa, prendendo ovviamente la nostra storia passata, che è una storia importante. Il valore fondamentale della cooperazione sociale è sostanzialmente quello di aver dimostrato che è possibile fare impresa orientando le proprie attività per una finalità d’interesse generale e non specifica.

Quindi un benessere sociale.

Esatto, ampliato. Neanche noi ne siamo tanto coscienti, anzi, è successo nel tempo che molti hanno trasformato il loro essere impresa sociale nell’impresa che lavora nel sociale. Allora assistiamo a grandi cooperative che gestiscono appalti in tutto il mondo, ma non fanno nient’altro che riproporre le dinamiche classiche.

Sono svuotate del senso.

Esatto.

Ma le persone, soprattutto quelle che devono essere integrate, come reagiscono?

Dipende da come la singola realtà si organizza al suo interno. Questa è la vera sfida, creare un reale percorso di cooperazione, di reale coinvolgimento dei propri soci, svantaggiati o meno che siano: è la chiave per poter far cresce questo senso di appartenenza e di responsabilità. Quando una cooperativa è autenticamente orientata a far crescer questo senso, raccogliendo i segnali di difficoltà che possono succedere ed elaborarli, assumerli e infine lavorare con la persona per superarli, allora fa il suo mestiere.

E lì si ha la soddisfazione vera.

È lì, sì, però non è semplice perché trovi momenti di soddisfazione e poi trovi anche ricadute, perché non dipende solo da te. Il lavoro è una parte importante, ovviamente, dell’integrazione di queste persone, però non è l’unico. Bisogna vedere anche l’altro contesto in cui la persona vive. Poi molto si gioca con il rapporto che tu hai con l’ente pubblico che le segnala o le hanno in carica.

Nell’atto pratico, come funziona, come si concretizza quest’agricoltura sociale?

Per Trieste è un’esperienza totalmente nuova. Mentre nelle altre provincie della regione, anche per la conformazione fisica del territorio, l’agricoltura di per sé è già più sviluppata e di conseguenza anche l’agricoltura sociale ha già qualche anno di storia alle spalle, a Trieste è l’anno zero: zero: oggi, qui, le cosiddette fattorie sociali (così si chiamano le aziende agricole che sviluppano agricoltura sociale) non esistono. Esistono alcune fattorie didattiche, cioè aziende agricole che accolgono scuole per mostrare come loro stesse funzionano.

So che ci sono gli orti condivisi.

Queste esperienze (orti urbani, orti condivisi, attività di formazione su orti, etc.) stanno dentro lo sviluppo di una cultura nuova tra l’uomo e la terra. Però quando parliamo di agricoltura sociale la intendiamo più sul versante di un’attività agricola vera e propria che si orienta a creare o sviluppare, attraverso le proprie attività (con la terra e gli animali), percorsi d’inserimento lavorativo o di tipo terapeutico-riabilitativo. Il lavoro di quest’anno e mezzo è stato quello di cercare di coagulare attorno al tema dell’agricoltura sociale i vari soggetti che potenzialmente possono essere interessati.

Ora stiamo facendo una ricerca, che fra un mesetto sarà pronta, sulla potenzialità dello sviluppo dell’agricoltura sociale in provincia di Trieste. Negli anni Sessanta la città, dal punto di vista, alimentare era autonoma: 300mila persone mangiavano sostanzialmente con i prodotti che venivano dal circondario, dall’Isontino e dalla Slovenia.

Era naturalmente a chilometro zero.

Sì. Oggi si è ribaltato completamente: tutti andiamo al supermercato. È chiaro che nel frattempo abbiamo mangiato territorio col cemento, abbiamo urbanizzato molto: non torneremo com’era una volta, però un margine di crescita c’è. Siamo impegnati a capire, a intercettare qual è questo margine di crescita in provincia di Trieste. E quel margine di sviluppo dell’agricoltura vorremmo farlo con le finalità dell’agricoltura sociale. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di bussare la porta a istituzioni pubbliche, aziende agricole, associazioni di volontariato, cooperative sociali per dire: Ci state? E abbiamo trovato molto interesse.

In questo anno e mezzo, quindi, avete cercato di diffondere il tema.

Esattamente. Abbiamo fatto un percorso importante di informazione, sensibilizzazione, alfabetizzazione e abbiamo tutti ricondotto al Forum dell’Agricoltura Sociale (http://agricolturasocialetrieste.blogspot.it), che non ha una natura giuridica ed è molto semplice: è un luogo di discussione legato allo sviluppo dell’attività dell’agricoltura sociale; ma è anche un luogo di promozione di prodotti e servizi che le singole realtà, le singole cooperative o le singole aziende agricole possono dare (con iniziative economico-agricole orientate verso questi principi). Ciò non esclude il fatto che cercheremo di costituire e sviluppare dei soggetti nuovi dedicati a ciò, però vorremmo anche contaminare – questa è la parola che vorrei venisse evidenziata – il contesto economico e produttivo normale.

E la lotta più difficile, qual è? Dove si cade spesso?

La lotta più difficile è il fatto che, essendo un processo lungo, impegnativo, ci sia un po’ di sfilacciamento nei soggetti: tutti vorrebbero subito i risultati, invece bisogna aver un po’ di pazienza, la stessa pazienza che ha il contadino quando semina: deve rispettare i tempi della maturazione del seme. Poi c’è l’aspetto culturale: qui ognuno, ogni soggetto (l’istituzione pubblica da una parte, le società del terzo settore e le imprese dall’altra) deve assumere un modo di pensare riferito a questo sviluppo, e non arroccandosi dietro alle proprie competenze (e qualche volta dietro ai propri pregiudizi), ma deve cercare di spaccare quest’ottica e aver la capacità di integrarsi con gli altri.

Niente compartimenti stagni insomma.

No, assolutamente.

E all’orizzonte? Quando pensate ti toccare terra e di sporcarvi?

Nel 2014 vorremmo sporcaci le mani. Il 2013 e una prima parte del 2012 è stato un lavoro appunto di sensibilizzazione, di preparazione, ma adesso vorremmo mettere in piedi alcune iniziative concrete. Da questo punto di vista ci aiutano, oltre che la cornice istituzionale dei Piani di Zona, anche delle risorse: per la prima volta l’Azienda Sanitaria Triestina ha ricevuto circa 20mila euro dalla Regione per attivare piccole prime sperimentazioni e ha individuato noi come soggetto che promuoverà questi progetti. E una parte di questo budget è stato utilizzato per la ricerca di cui ti parlavo prima.

Volevo giusto saperne qualcosa di più.

La ricerca ha come obiettivo principale di verificare la sostenibilità di sviluppo dell’agricoltura sociale nel territorio triestino. Quante aziende agricole ci sono nel territorio di Trieste e sono disponibili a mettersi in gioco su questo tema? Abbiamo avuto un incontro con più di trenta aziende, ne abbiamo fatto una profilatura chiedendo la loro disponibilità e abbiamo trovato un’alta adesione.

Desiderio massimo, oltre la pace nel mondo?

Il desiderio massimo sarebbe di arrivare alla fine del 2014 con una o due iniziative concrete avviate. E magari anche qualche piccolo inserimento, con borsa lavoro, in alcune aziende agricole. Un primo risultato lo abbiamo già avuto con un ragazzo disabile che è stato inserito in un contesto lavorativo: i suoi datori di lavoro hanno dichiarato che l’esperienza è stata molto positiva. Sono piccole cose che danno il segno di un cambiamento, perché sentire un imprenditore che decide di fare questa esperienza e che alla fine dice di aver scoperto che c’era solo tanto pregiudizio, è come se cadesse un velo.

Un aiutino in più per credere alla sensibilità di Dario Parisini e al suo lavoro potrebbe essere quello di sapere che è anche poeta: un anno fa è uscito, per Hammerle editori, Sensi inversi, in dialetto triestino.

Riccardo Redivo

Scritto da riccardo redivo

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