Scuola e tecnologia: umano, poco umano

Scuola e tecnologia: umano, poco umano

Se l’uomo è formato dalle circostanze,

si devono rendere umane le circostanze.

Karl Marx

Nessuno strumento tecnologico è neutro, nonostante l’opinione ingenua affermi il contrario. Per questo su tecnologia e cultura, nella scuola, ci dovrebbe essere una profonda riflessione da parte di tutti. Oggi vi è, semplificando molto, una dicotomia tra quelli che Umberto Eco avrebbe chiamato gli “integrati”, ovvero i docenti ipertecnologici, che propendono per un’informatizzazione della scuola a tutti i livelli e gli “apocalittici” umanisti, che, arrancando tra registri elettronici e piattaforme digitali, cercano di mantenere uno sguardo critico verso gli strumenti informatici (in primis nell’uso del web) e, a volte, ma senza successo, di arginarne l’influsso.

Il guaio è che ormai c’è poco da arginare: mentre noi ne parliamo, infatti, è già in atto un’informatizzazione forzata della scuola, che non tiene conto del lato umano della trasmissione della conoscenza. E questa informatizzazione è figlia di un’ideologia produttivistica che vorrebbe metterne in luce solo il versante positivo. La tecnologia, invece, possiede più di un’ombra: la disumanizzazione, ad esempio, e l’ossessione del controllo.

Cito volentieri l’opinione in proposito di due esperti: uno psichiatra, Manfred Spitzer, e uno psicanalista, Massimo Recalcati. Spitzer ha scritto un libro dal titolo eloquente, “Demenza digitale(Corbaccio, 2013), nel quale denuncia l’atrofizzazione del pensiero e delle aree del cervello preposte ad esso a causa dell’uso intensivo dei mezzi informatici. La sua conclusione che, tra l’altro, mette in crisi il luogo comune che vorrebbe le tecnologie neutrali rispetto alle strutture di pensiero (“dipende dall’uso che se ne fa…”), è che l’apprendimento avviene in modo efficace solo se si stabilisce una comunicazione diretta tra docente e discente.

Lo dice anche Massimo Recalcati nel suo bellissimo “L’ora di lezione” (Einaudi, 2014):

“Pensare di trasmettere il sapere senza passare dalla relazione con chi lo incarna è un’illusione, perché non esiste una didattica se non entro una relazione umana”.

Vi è, dunque, un’ideologia sottesa all’informatizzazione forzata della scuola, che esula dagli obiettivi ufficiali della facilitazione dell’apprendimento e del riempimento del gap tra alunni nativi digitali e istituzione. L’ideologia è quella aziendalistica della produttività, per cui la scuola deve sfornare lavoratori pronti per essere spremuti fino all’osso, possibilimente senza discutere. La stortura può essere sintetizzata così: se la scuola non è produttiva, allora non serve a nulla, con buona pace del pensiero critico e della formazione di una cultura personale.

E poi vi è l’ossessione del controllo: quel poco di libertà che ancora rimane al docente di insegnare secondo un proprio stile deve essere riportata nei ranghi e lo strumento informatico, con la sua rigidità, è perfetto per farlo.

Vi è infine la volontà di desertificare una scuola sotto attacco ormai da lungo tempo e, alla fine, di risparmiare denaro. Perché gli strumenti informatici servono, ad esempio, a “dematerializzare” la segreteria, che perde posti di lavoro, e a burocratizzare i docenti.

Che fare, allora? Si può cercare di integrare le nuove tecnologie con un approccio umanistico, affinché siano un appoggio alla didattica e non un mero succedaneo ad essa.

Ma non basta: bisognerebbe anche diminuire quell’eccesso di burocrazia e di controllo che le tecnologie veicolano.

La scuola dovrebbe, insomma, tornare ad essere il luogo della interazione umana, della libertà responsabile e della condivisione culturale. (S.C.)

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