Le poesie di Camillo Pennati

Le poesie di Camillo Pennati. Una corsa lenta e inesorabile alla meraviglia

di Riccardo Redivo

 

In bianche isole

Pensili affiorano nel verde

le prime infiorescenze merlettate del sambuco

in bianche isole

a galleggiare immerse

in quella estrosa espansività l’arioso specchio

della loro estate


Durante la lettura della raccolta di poesie Una distanza inseparabile (1983-1996) di Camillo Pennati mi sono chiesto più volte come mai questo poeta non godesse della notorietà che meriterebbe: l’unica spiegazione è stata che molte delle sue poesie non sono semplici o immediate, ma obbligano a una tensione di significato e di immagini che potrebbero infastidire il lettore pigro (una doccia dentro una dimensione inesplorata obbliga il coraggio e l’attenzione dei pionieri); ci si trova a rialzarsi dopo essere precipitati da una cascata senza ricordare bene i fotogrammi e le emozioni del salto: per fortuna la poesia, per la messa a fuoco, si può rileggere; ma questo aiuta, direi per connaturato destino, fino a un certo punto. Il volo di certe poesie di Pennati è una corsa lenta e inesorabile alla meraviglia. Un obbligo al rallentamento in discesa. A volte si avvicina un po’ troppo alla prosa e alla retorica, ma credo serva al sistema-cascata per impedire di precipitare.

I pochi temi che si ripetono (mare, alberi, cielo, nuvole, ricordi, sensazioni e poco altro) portano una certa pace atmosferica in chi li legge, un’epica d’aria quasi inconsistente ma preziosa come l’ossigeno di cui è fatta.

Nei versi in cui c’è esclusivamente la natura (soprattutto quelli di Sperlonga lines) – ma non solo – Pennati fa sentire quello che pochi poeti contemporanei riescono a fare sentire: il silenzio. Gli ologrammi muti e sonori di elementi naturali in presenza o in movimento hanno un sapore che sfiora la zen o che tratteggia un mandala.

Il risuonare di vocaboli, aggettivi, verbi e avverbi rari e preziosi o di proprio conio, come rastrema, cotica, ambrarsi, felpando, ripaversarti, vertiginante, addorsamento, granularità, scriminanti, abituri, rifende, biaccosamente (poco importa se qualche volta stridano, l’effetto è superiore al fastidio), che, uniti a un uso parco o assente delle virgole, creano immagini e soprattutto atmosfere evocative con descrizioni dinamiche che hanno dell’incredibile, anche se alle volte vengono ancorate da un’eccessiva razionalità che spinge a ricontrollare il volo. Per questo alcuni versi sono tessere di puzzle che bisogna assemblare, con lenta calma, prima uno e poi l’altro (non come scritti ma come voluti), quasi un rebus filosofico, descrittivo, grammaticale. Queste tessere giocano fra loro in suggestioni impreviste (lambisce l’alba l’edíle verticalità svettante; attonite mandrie di pupille assorte; il magico/silenzio musicato di stagioni) e alcuni accostamenti inaspettati – che ricordano un fare meriniano, qui però è consapevole – arrivano come agguati (improvvisi affioramenti di bagliore; canyon d’ombra; una luce intercettatamente plumbea; un ultimato accadimento; un perturbato veleggiare; concavità dell’aria; la conforma ad una pervadente osmosi; irriguardosamente assoggettato), e si rimane stupiti. Parrebbe quasi un procedere simile a quello che alle volte si adopera nel linguaggio psicanalitico (penso ai Nodi di Laing, ma anche a Lacan) che aiuta a rintracciare dimensioni psichiche diverse, porte o parti d’inconscio per una più profonda lettura o verità.

Il poeta lo conoscevo di nome e da qualche sua poesia ma la lettura mi stimolò il desiderio di conoscerlo personalmente: un fulmine a ciel ingenuo! Pennati è morto il 9 novembre 2016, proprio mentre scorrevo occhi e cuore sui suoi versi. Questo articolo è stato fatto per ricordarlo a quei pochi lettori di poesia che esistono affinché lo leggano o almeno provino a leggere saggiando la sua originalità e le sue precipitazioni a rotta di collo lenta.

Una distanza inseparabile, Einaudi, Collezione di poesia 273, luglio 1998, pp.134

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